Il dolore del lasciare o del perdere: psicologia in Hospice

/, In evidenza, News/Il dolore del lasciare o del perdere: psicologia in Hospice
  • Psico-Oncologia Hospice

Il ricovero in Hospice è sempre correlato ad aspetti emotivi molto importanti e forti. Abbiamo intervistato Anna Porta, psicologa psicoterapeuta, che da anni è presente in struttura con una professionalità che copre numerosi aspetti. Scopriamoli insieme.

Quando si pensa al ricovero in Hospice si pensa al malato e alla fine della vita; ma in Hospice l’attenzione non si limita solo al paziente.

Quando una persona entra in Hospice, la legge 38 prevede, oltre alla parte della terapia e del controllo dei sintomi, una presa in carico totale, quindi, anche della famiglia. Si è, quindi, nell’ottica e nell’obiettivo dell’accoglienza del paziente e del suo entourage. È in questo quadro che si inserisce la modalità operativa dello psicologo che guarda al paziente, ma anche al suo sistema familiare e quindi all’impatto che la malattia ha avuto su tutti i membri.
Parlando di famiglia, quindi, non si intendono esclusivamente le persone legate da una parentela, ma anche relazioni amicali profonde. Spesso nella società odierna, dove non ci sono più le famiglie allargate che erano presenti fino a non molto tempo fa, amici e conoscenti svolgono un ruolo importante anche da un puto di vista emotivo, oltre che assistenziale”.

Con cosa si confronta lo psicologo?

La fase terminale della vita di una persona è un momento contrassegnato da emozioni e vissuti molto forti: io lo vedo come un “acceleratore di vita” dove avvengono dei movimenti o vengono esplicitate delle emozioni a volte con un’intensità fortissima, che in nessun altro momento di vita uno si è mai permesso di vivere o di esprimere.
Il mio lavoro è quello di aiutare le persone in questi momenti particolarmente critici per l’intensità delle emozioni vissute e per il dolore del lasciare o del perdere

Quali sono gli argomenti più frequenti?

Ci si confronta con tante cose: spesso è necessario affiancare malato e familiari nel trovare un significato o nuovo significato al momento presente. Non è insolito che li aiuti a leggere i comportamenti e i vissuti loro dei loro cari per comprendere comportamenti che sembrano inspiegabili: ad esempio dell’aggressività, la ricerca di una vicinanza laddove c’è sempre stata lontananza affettiva o emotiva. In alcuni casi non si comprendono comportamenti sereni o allegri: risulta non comprensibile, nei familiari, il fatto di poter accogliere con serenità la morte di una persona molto cara e molto vicina.
Un altro aspetto è che la paura della malattia a volte diventa invasiva rispetto al proprio benessere: in questi casi i familiari esprimono la paura di ammalarsi anche loro o di non riuscire ad uscire dal tunnel del dolore

C’è accettazione della fine della vita?

Indipendentemente dal dolore fisico, solo raramente le persone accettano la fine della vita con serenità. La paura della morte è un’esperienza comune, determinata dal dolore del lasciare e dal timore di ciò che non è conosciuto, indipendentemente dalla fede religiosa. Ci sono persone che hanno professato la fede per tutta la vita e che non sono riuscite a domare la loro paura; ci sono persone, invece, che, pur restando nel dubbio, sono riuscite ad accettare un percorso di terminalità.

I familiari si affidano completamente al personale dell’Hospice. Non è sempre semplice

Una parte del lavoro psicologico fatto in Hospice è proprio dedicata ad aiutare le persone a fidarsi e ad affidarsi alle cure perché non è semplice affidare il proprio caro, soprattutto dopo tanto tempo che lo si è accudito a casa, anche se tutto il personale è comporto da professionisti formati e che danno il massimo della loro competenza. La fiducia si costruisce passo dopo passo, dando risposte soddisfacenti ai bisogni della persona, che non sono bisogni di guarigione, ma di contenimento dei sintomi, di assistenza, di sapere di essere ascoltato.
Un parte del lavoro psicologico viene fatto con i medici e con gli infermieri per dare significato ad alcuni comportamenti dei familiari, per riuscire a costruire una comunicazione efficace con loro e raccogliere i vissuti dei familiari e degli operatori stessi relativi al loro lavoro quotidiano.

I familiari si affidano completamente al personale dell’Hospice. Non è sempre semplice

Un’altra parte importante è legata ai volontari che, pari tra pari, sono in grado di stare accanto alle persone, rappresentando per loro un sostegno nella loro fase terminale di malattia. Anche i volontari hanno bisogno di essere aiutati nel loro operato, a volte anche solo di essere ascoltati nella difficoltà di vivere vite di alcune persone o famiglie, vite che sembrano delle “vie crucis”. Questo ascolto e supporto serve per evitare che i volontari si portino a casa tutto il dolore che ascoltano, un dolore che spesso è ricompensato, come per tutte le figure professionali che sono lì, in Hospice, dal riconoscimento del valore del loro operato.

Un lavoro d’équipe

Ci tengo a sottolineare che il lavoro dello psicologo in Hospice è un lavoro corale, fatto con tutti gli altri membri di una squadra. È questa coralità che qualifica il mio lavoro: ognuno fa il suo pezzo, ognuno fa la sua parte. Insieme formiamo una rete di sostegno attorno a chi in quel momento ha bisogno della nostra competenza e della nostra professionalità

Vuoi avere maggiori informazioni sull’Hospice? Clicca qui

2019-04-30T09:08:36+00:00 29 aprile 2019|Categorie: Articoli di interesse, In evidenza, News|Argomenti: , |